Da anni si discute di quanto lo zaino scolastico possa essere considerato un sovraccarico perturbante a carico del rachide dei giovani scolari. Scoliosi, ipercifosi, atteggiamenti, paramorfismi e dismorfismi rappresentano il principale interesse di coloro i quali si occupano di decidere il destino dei libri di studio.
Una sera, mentre mi trovavo tra colleghi a conversare su questo argomento, venne presentato uno studio in cui si considerava l'effetto dello zaino trasportato dagli scout durante i loro trasferimanti.
Non fu tanto lo studio in se a destare il mio interesse, più che altro un pensiero parallelo che da origine a questa elucubrazione: è possibile mettere a confronto un gruppo di scout con un gruppo di scolari? Partendo dal presupposto che la popolazione osservata sia omogenea come caratteristiche sia nei due gruppi che tra i due gruppi, possiamo stabilire con certezza che non esistono altre variabili da tenere in considerazione?
Se è vero che lo zaino trasportato dagli scout potrebbe anche essere identico a quello trasportato dagli scolari, quello che non è sicuramente identico è l'atteggiamento utilizzato percompiere il gesto mtorio necessario.
Siamo infatti di fornte a due situazioni differenti.
La situazione dello scolaro: cronica e quindi inconsapevole
La situazione dello scout: acuta e quindi organizzata.
La ripetitività di un gesto porta alla sua automazione, l'automazione porta all'assuefazione, l'assuefazione porta, spesso, al sovraccarico.
Non è infatti il peso dello zaino in quanto tale a definire da solo lo stress bensì, soprattutto, l'atteggiamento motorio attivo o passivo che ne può determinare la sua relativa riduzione o amplificazione. Un atteggiamento attivo è tale quando all'applicazione di un carico il corpo reagisce con una risposta organizzata che richiede un certo investimento energetico riconducibile ad una serie di contrazioni muscolari. Viceversa un atteggiamento passivo lascia che siano le strutture non contrattili ad assorbire il carico (ossa, legamenti e articolazioni) determinando un atteggiamento meno dispendioso dal punto di vista energetico ma spesso disastroso dal punto di vista del benessere.
L'evento acuto, rappresenta per lo scout (che si presuppone che non trasporti lo zaino tutti i giorni per tutto l'anno come accade per lo scolaro) una novità, novità molto probabilmente accolta positivamente anche dal punto di vista umorale il che amplifica la risposta organizzata di cui sopra.
martedì 9 novembre 2010
mercoledì 3 marzo 2010
Flessione e piegamento, la vexata qauestio
Quando si pensa alle flessioni, nell'immaginario collettivo l'esercizio che viene alla mente è quello che qualcuno tecnicamente definisce con il termine di "push up" (flessioni sulle braccia). Qualche istruttore zelante però, si affretta subito a precisare che in realtà l'esercizio in questione si dovrebbe definire "piegamenti sulle braccia" e non flessioni; ma perché? Ecco allora le motivazioni più assurde e disparate. Qualcuno dirà che si tratta di piegamento perché il movimento avviene in appoggio, altri diranno che se fosse una flessione il baricentro corporeo dovrebbe rimanere fermo ma ammesso che queste definizioni siano corrette, quale significato spiegano? Una definizione prende senso e ragione di essere nel momento in cui vi è una necessità metodologica e nelle definizioni fin qui descritte pare non ve ne sia. Inoltre queste definizioni non sono esaustive poiché danno luogo a contraddizioni evidenti.
Se fosse vera la teoria del baricentro, le trazioni alla sbarra dovrebbero essere dei piegamenti visto che il baricentro si muove ma mi pare evidente che si tratta invece di flessioni: i muscoli utilizzati sono infatti i flessori. Se fosse vera la teoria dell'appoggio, un braccio disteso sopra alla testa con il gomito che si piega portando la mano verso il capo (come si fa nell'esercizio per gli estensori dell'avambraccio), dovrebbe essere definito flessione mentre invece si tratta di un piegamento. Quale criterio quindi utilizzare? Dicevo che il concetto deve avere una giustificazione metodologica. Questa giustificazione è legata al tipo di contrazione muscolare utilizzata e se i gruppi muscolari agonisti sono flessori o estensori.
Vediamo quindi di definire in modo razionale una linea guida.
Se i muscoli usati sono flessori, mi pare evidente che saremo davanti ad una flessione a patto che questi siano interessati in contrazione concentrica. Se invece a contrarsi in contrazione concentrica saranno i muscoli estensori, saremo davanti ad una estensione. Fino a qui mi pare tutto abbastanza semplice: flessione per i flessori, estensione per gli estensori.
Veniamo ora al piegamento: questo prevede l'utilizzo della muscolatura estensoria ma in contrazione eccentrica. Quando invece sono i muscoli flessori a lavorare in contrazione eccentrica, saremo di fronte a quella che viene definita distensione.
Capiamo bene che in questo modo con un solo termine, flessione, piegamento, estensione o distensione, definiamo il gruppo muscolare e la modalità di contrazione.
Come sostengo sempre, il linguaggio definisce il professionista quindi, mai più flessione e piegamento al posto sbagliato.
Se fosse vera la teoria del baricentro, le trazioni alla sbarra dovrebbero essere dei piegamenti visto che il baricentro si muove ma mi pare evidente che si tratta invece di flessioni: i muscoli utilizzati sono infatti i flessori. Se fosse vera la teoria dell'appoggio, un braccio disteso sopra alla testa con il gomito che si piega portando la mano verso il capo (come si fa nell'esercizio per gli estensori dell'avambraccio), dovrebbe essere definito flessione mentre invece si tratta di un piegamento. Quale criterio quindi utilizzare? Dicevo che il concetto deve avere una giustificazione metodologica. Questa giustificazione è legata al tipo di contrazione muscolare utilizzata e se i gruppi muscolari agonisti sono flessori o estensori.
Vediamo quindi di definire in modo razionale una linea guida.
Se i muscoli usati sono flessori, mi pare evidente che saremo davanti ad una flessione a patto che questi siano interessati in contrazione concentrica. Se invece a contrarsi in contrazione concentrica saranno i muscoli estensori, saremo davanti ad una estensione. Fino a qui mi pare tutto abbastanza semplice: flessione per i flessori, estensione per gli estensori.
Veniamo ora al piegamento: questo prevede l'utilizzo della muscolatura estensoria ma in contrazione eccentrica. Quando invece sono i muscoli flessori a lavorare in contrazione eccentrica, saremo di fronte a quella che viene definita distensione.
Capiamo bene che in questo modo con un solo termine, flessione, piegamento, estensione o distensione, definiamo il gruppo muscolare e la modalità di contrazione.
Come sostengo sempre, il linguaggio definisce il professionista quindi, mai più flessione e piegamento al posto sbagliato.
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flessione piegamento terminologia ginnastica
giovedì 28 gennaio 2010
La sindrome femoro-rotulea
La sindrome femoro-rotulea è caratterizzata da una algia in sede retrorotulea più spesso localizzata sul versante laterale della troclea femorale.
Dal punto di vista motorio, viene generalmente trattata attraverso una terapia fisica basata sul potenziamento della muscolatura della loggia anteriore della coscia (tradizionalmente iniziando con esercizi in catena cinetica chiusa e successivamente aperta) e in particolare tentando di coinvolgere le fibre muscolari del vasto mediale, con il tentativo di generare una componente sbandante diretta in senso mediale in grado di contrastare l’azione lussante che viene ad applicarsi sulla rotula durante la contrazione del muscolo quadricipite. L'angolo di valgismo fisiologico presente a livello del ginocchio infatti, fa si che la contrazione del quadricipite generi una componente laterale. Questa, se non contenuta da un versante laterale della troclea femorale sufficientemente prominente, può addirittura arrivare a dislocare la rotula al di fuori della sua sede.
L'elucubrazione di questo articolo, prende come presupposto l’ipotesi che lo sbandamento della rotula (quando non caratterizzato da un importante insufficiente contenimento anatomico del versante laterale della troclea -displasia-) non dipenda da una carenza dell’attivazione del vasto mediale ma, paradossalmente, da un’insufficiente componente di coattazione diretta posteriormente.
Questa minor componente potrebbe derivare da un micro slittamento anteriore della tibia durante il meccanismo di flessione o piegamento dovuto dall’insufficienza dei muscoli flessori della coscia. La riduzione di questa componente posteriore potrebbe essere all’origine dall’aumentata tendenza della rotula di andarsi ad appoggiare più lateralmente generando un conflitto articolare femoro-rotuleo in sede laterale.
E' innegabile rilevare che questo ragionamento va esattamente in senso opposto a quanto tradizionalmente inteso: la sidrome femoro-rotulea viene vista non come un eccesso di compressione ma come una carenza di compressione. Più precisamente direi una carenza di compressione organizzata perchè è evidente che una compressione non organizzata porta inevitabilmente ad una degradazione dei tessuti.
Se immaginiamo le facce posteriori della rotula con una geometria complementare alla troclea femorale, possiamo meglio comprendere che, nel momento in cui la forza di compressione viene a ridursi, la rotula perde la sua stabilità, la sua intimità con il femore permettendosi di "galleggiare" e quindi di sbandare dove la componente del quadricipite decide di portarla.
Aumentare questa componente attraverso il quadricipite, anche quando fosse possibile un isolato rinforzo dell'azione del vasto mediale, porterebbe inevitabilmente ad un contemporaneo aumento della componente sbandante laterale.
Da qui l'idea di lavorare sull'azione dei muscoli posteriori della coscia andando a contenere un possibile incontrollato movimento di scivolamento anteriore della tibia, movimento che sappiamo essere di grande entità durante i movimenti di estensione del ginocchio.
martedì 1 dicembre 2009
La guida articolare
La geometria articolare, in altre parole la morfologia delle superfici articolari, da origine alla possibilità di un’articolazione di esprimere il movimento in un modo piuttosto che in un altro. L’articolazione omero-ulnare ad esempio, è definita geometricamente in maniera tale da poter consentire esclusivamente* movimenti di flesso-estensione attorno ad un asse trasversale e su di un piano sagittale, la tibio-tarsica, allo stesso modo, consente all’astragalo di sviluppare solo movimenti di flesso-estensione e nessun movimento di abduzione-adduzione o di rotazione assiale.
Questo accade però solo nelle articolazioni con una geometria molto precisa, in cui i due capi articolari sono l’uno il complementare dell’altro.
Nella maggior parte delle articolazioni invece, le incongruenze articolari tra i due capi, sono la norma. Basta pensare alla scapolo-omerale (una superficie sferica a contatto di una quasi piana), alla femoro-tibiale (dove il condilo esterno convesso è a contatto con una superficie tibiale anch’essa convessa), alle metacarpo-falangee, alla radio-carpica e così via.
In questi casi, la sola guida articolare offerta della geometria ossea, non è sufficiente ad un’esecuzione precisa dei movimenti. E’ corretto allora definire che esiste un secondo meccanismo atto a far sì che il movimento si esprima in un modo piuttosto che in un altro. Questo secondo meccanismo, altro non è che la guida muscolare.
Non è possibile immaginare infatti che la muscolatura sia organizzata solo ed esclusivamente per realizzare la parte concentrica dei movimenti. Durante la messa in movimento di un’articolazione, sappiamo che i muscoli agonisti (responsabili del movimento) si contraggono in contrazione concentrica mentre quelli antagonisti, si lasceranno distendere. Questa definizione non è del tutto corretta.
Innanzitutto, per precisione, dobbiamo affermare che non sempre i muscoli agonisti sono quelli che si contraggono concentricamente. Per esempio, durante un piegamento, sappiamo che i muscoli agonisti saranno gli estensori con la loro contrazione eccentrica mentre gli antagonisti saranno i flessori che in quel momento si lasciano allungare.
In secondo luogo, non è corretto affermare che la muscolatura antagonista, durante un movimento, si lascia allungare passivamente. Più spesso infatti, assistiamo ad una contrazione eccentrica di questi gruppi muscolari capace di guidare l’articolazione durante il suo movimento.
Se pensiamo alle redini di un cavallo, un conto è mettere in tensione una delle due lasciando l’altra in bando e un conto sarà mettere in tensione una delle due lasciano l’altra poco per volta, generando una guida della testa del cavallo più precisa ed organizzata.
Questo è quello che accade nell’organizzazione del movimento umano a tutti i livelli. Quando questo non accade, l’articolazione andrà inevitabilmente incontro ad una sofferenza da sovraccarico funzionale che altro non è un sovraccarico definito dalla cattiva organizzazione degli elementi che generano e controllano il movimento.
Sappiamo per esempio che il ginocchio, durante i suoi movimenti di flesso-estensione, lascia scivolare i condili del femore all’indietro durante la flessione e in avanti durante l’estensione.
Questo meccanismo trascina con se i menischi che seguono intimamente i movimenti dei condili, guidati dai legamenti e dalle azioni muscolari. Ecco perché uno squilibrio tonico tra flessori ed estensori, può generare un sovraccarico funzionale a livello dei menischi o dell’articolazione femoro-rotulea. Ecco perché nel caso per esempio di una rottura legamentosa, non è sufficiente pensare a potenziare i muscoli periferici solo per generare un rinforzo muscolare statico. Ciò che più è importante è riuscire a sensibilizzare i muscoli nella loro azione di guida del movimento. Questo spesso si ottiene allenando la forza, ma soprattutto generando un meccanismo di sensibilizzazione propriocettiva di questi muscoli. Nel caso specifico del ginocchio, per esempio, una rottura del legamento crociato anteriore avrà come risultato quello di non poter più limitare lo scivolamento (cassetto) anteriore dei condili sul piatto tibiale. Rinforzare il quadricipite, avrà lo scopo di creare un rinforzo attivo anteriore, ma sarà la stimolazione dei muscoli flessori a far si che durante l’estensione, questi con la loro guida eccentrica impediscano ai condili di scivolare in avanti in maniera eccessiva.
Non dobbiamo però pensare che quanto detto sia valido ed applicabile solo quando viene a perdersi l’anatomia come nel caso di una rottura legamentosa. L’esempio riportato consente solo di rendere più evidente ciò che, quando l’anatomia è conservata e non vi sono algie particolari, risulta più difficile da osservare.
Sempre le articolazioni sono in balia delle azioni muscolari e se vogliamo far sì che queste articolazioni si mantengano a lungo efficienti, sarà necessario educare la muscolatura a guidare i segmenti scheletrici durante i movimenti. Sotto questa luce risulta evidente l’importanza dell’azione del gioco tra la muscolatura agonista ed antagonista che, se vogliamo, sotto questo aspetto mostra caratteri di sinergia.
*In realtà sono presenti micro movimenti di adduzione e abduzione specialmente durante la prono-supinazione.
Questo accade però solo nelle articolazioni con una geometria molto precisa, in cui i due capi articolari sono l’uno il complementare dell’altro.
Nella maggior parte delle articolazioni invece, le incongruenze articolari tra i due capi, sono la norma. Basta pensare alla scapolo-omerale (una superficie sferica a contatto di una quasi piana), alla femoro-tibiale (dove il condilo esterno convesso è a contatto con una superficie tibiale anch’essa convessa), alle metacarpo-falangee, alla radio-carpica e così via.
In questi casi, la sola guida articolare offerta della geometria ossea, non è sufficiente ad un’esecuzione precisa dei movimenti. E’ corretto allora definire che esiste un secondo meccanismo atto a far sì che il movimento si esprima in un modo piuttosto che in un altro. Questo secondo meccanismo, altro non è che la guida muscolare.
Non è possibile immaginare infatti che la muscolatura sia organizzata solo ed esclusivamente per realizzare la parte concentrica dei movimenti. Durante la messa in movimento di un’articolazione, sappiamo che i muscoli agonisti (responsabili del movimento) si contraggono in contrazione concentrica mentre quelli antagonisti, si lasceranno distendere. Questa definizione non è del tutto corretta.
Innanzitutto, per precisione, dobbiamo affermare che non sempre i muscoli agonisti sono quelli che si contraggono concentricamente. Per esempio, durante un piegamento, sappiamo che i muscoli agonisti saranno gli estensori con la loro contrazione eccentrica mentre gli antagonisti saranno i flessori che in quel momento si lasciano allungare.
In secondo luogo, non è corretto affermare che la muscolatura antagonista, durante un movimento, si lascia allungare passivamente. Più spesso infatti, assistiamo ad una contrazione eccentrica di questi gruppi muscolari capace di guidare l’articolazione durante il suo movimento.
Se pensiamo alle redini di un cavallo, un conto è mettere in tensione una delle due lasciando l’altra in bando e un conto sarà mettere in tensione una delle due lasciano l’altra poco per volta, generando una guida della testa del cavallo più precisa ed organizzata.
Questo è quello che accade nell’organizzazione del movimento umano a tutti i livelli. Quando questo non accade, l’articolazione andrà inevitabilmente incontro ad una sofferenza da sovraccarico funzionale che altro non è un sovraccarico definito dalla cattiva organizzazione degli elementi che generano e controllano il movimento.
Sappiamo per esempio che il ginocchio, durante i suoi movimenti di flesso-estensione, lascia scivolare i condili del femore all’indietro durante la flessione e in avanti durante l’estensione.
Questo meccanismo trascina con se i menischi che seguono intimamente i movimenti dei condili, guidati dai legamenti e dalle azioni muscolari. Ecco perché uno squilibrio tonico tra flessori ed estensori, può generare un sovraccarico funzionale a livello dei menischi o dell’articolazione femoro-rotulea. Ecco perché nel caso per esempio di una rottura legamentosa, non è sufficiente pensare a potenziare i muscoli periferici solo per generare un rinforzo muscolare statico. Ciò che più è importante è riuscire a sensibilizzare i muscoli nella loro azione di guida del movimento. Questo spesso si ottiene allenando la forza, ma soprattutto generando un meccanismo di sensibilizzazione propriocettiva di questi muscoli. Nel caso specifico del ginocchio, per esempio, una rottura del legamento crociato anteriore avrà come risultato quello di non poter più limitare lo scivolamento (cassetto) anteriore dei condili sul piatto tibiale. Rinforzare il quadricipite, avrà lo scopo di creare un rinforzo attivo anteriore, ma sarà la stimolazione dei muscoli flessori a far si che durante l’estensione, questi con la loro guida eccentrica impediscano ai condili di scivolare in avanti in maniera eccessiva.
Non dobbiamo però pensare che quanto detto sia valido ed applicabile solo quando viene a perdersi l’anatomia come nel caso di una rottura legamentosa. L’esempio riportato consente solo di rendere più evidente ciò che, quando l’anatomia è conservata e non vi sono algie particolari, risulta più difficile da osservare.
Sempre le articolazioni sono in balia delle azioni muscolari e se vogliamo far sì che queste articolazioni si mantengano a lungo efficienti, sarà necessario educare la muscolatura a guidare i segmenti scheletrici durante i movimenti. Sotto questa luce risulta evidente l’importanza dell’azione del gioco tra la muscolatura agonista ed antagonista che, se vogliamo, sotto questo aspetto mostra caratteri di sinergia.
*In realtà sono presenti micro movimenti di adduzione e abduzione specialmente durante la prono-supinazione.
lunedì 16 novembre 2009
Camminare in discesa
Beh, innanzi tutto possiamo dire che è meno faticoso che camminare in salita e già questa informazione vale la lettura di questa elucubrazione. Ma come si può rendere il cammino in discesa veramente efficace?
Per molte persone il cammino in discesa è un vero e proprio test di abilità, specialmente se il terreno su cui ci si muove è disomogeneo come accade per esempio in montagna.
La difficoltà a scendere un pendio dipende in prima istanza dal fatto che il terreno si trova al di sotto dei nostri piedi... e come potrebbe essere diversamente? Beh, se ci pensate, quando camminiamo in salita il terreno si trova al di sopra dei nostri piedi... ok, provo a spiegarmi meglio: in salita i passi non sono altro che una successione di prese al suolo in cui i piedi si spostano verso l'alto. Il secondo passo appoggerà su una superficie più in alto rispetto al primo e così via così come accade quando si sale una scalinata. Al contrario, in discesa le superfici di appoggio saranno, ad ogni passo, più basse rispetto all'appoggio del piede che ci sostiene.
Questo genera nel soggetto una sorta di apprensione dovuta al fatto che il suolo è, anche se di pochi centimetri in funzione della pendenza del pendio, distante da noi. Il soggetto che si trova in questa situazione, applica una strategia per scendere che è quanto di meno economico e disorganizzato possa esistere in ambito deambulatorio: l'appoggio precede la verticale del baricentro. Facciamo un passo indietro.
Quando si cammina in piano e ancora di più quando si corre, il nostro corpo, sbilanciato in avanti perde momentaneamente l'equilibrio. La verticale del baricentro corporeo cade, per un istante, al di fuori della nostra base di appoggio data dal poligono che inscrive i nostri punti di contatto con il suolo che normalmente sono i nostri piedi. L'equilibrio è presto ripristinato con lo spostamento di un arto nella direzione di avanzamento del baricentro così da creare una nuova base d'appoggio sotto alla verticale di questo. Secondo questa spiegazione il baricentro anticipa la base d'appoggio. Nella deambulazione in discesa, quello che accade è esattamente il contrario: il soggetto allunga il passo in avanti mantenendo fermo il suo tronco e quindi il suo baricentro. Ecco perchè dicevo che l'appoggio precede la verticale del baricentro. Il passo diventa goffo e antieconomico. Inoltre sarà fisicamente inefficace perchè la forza peso tenderà a scaricarsi verticalmente ma, trattandosi di un piano inclinato, si genererà un angolo tra la forza peso esercitata e la base di appoggio. Questo puo' provocare uno scivolamento anteriore tanto più possibile quanto meno sarà coerente il tipo di materiale del percorso.
Per ottimizzare il passo in discesa quindi, è necessario far avanzare il baricentro prima della base di appoggio. In questo modo la forza peso avrà una direzione che sarà più perpendicolare al pendio riducendo la possibilità di scivolamento. Inoltre la discesa sarà più economica poichè farà un uso migliore dell'energia potenziale tipica di una passeggiata in discesa.
Su terreni molto incoerenti come in presenza di pietre grossolane, la tecnica appena descritta può risultare però pericolosa in quanto tende ad accelerare la velocità generale di avanzamento anche se in realtà questo accade solo su pendenze molto accentuate e se non si padroneggia adeguatamente la tecnica. Un altro metodo, in questo caso, è quello di avanzare con base di appoggio e baricentro simultaneamente. Questo è possibile attraverso il piegamento dell'arto di sostegno mentre il piede che avanza cerca un nuovo appoggio vicino a noi così da non lasciare il baricentro indietro. La contrazione eccentrica dei muscoli antigravitari ci porterà più vicini al nuovo contatto. Ciò che pero' non deve essere fatto è di piegare l'arto di sostegno portando poi eccessivamente avanti l'arto che va a cercare il nuovo contatto. In questo modo si compirebbe lo stesso errore evidenziato in precedenza: l'appoggio precederebbe il baricentro.
La porssima volta che andrete in montagna a funghi o a raccogliere le castagne, provate e poi... fatemi sapere.
Per molte persone il cammino in discesa è un vero e proprio test di abilità, specialmente se il terreno su cui ci si muove è disomogeneo come accade per esempio in montagna.
La difficoltà a scendere un pendio dipende in prima istanza dal fatto che il terreno si trova al di sotto dei nostri piedi... e come potrebbe essere diversamente? Beh, se ci pensate, quando camminiamo in salita il terreno si trova al di sopra dei nostri piedi... ok, provo a spiegarmi meglio: in salita i passi non sono altro che una successione di prese al suolo in cui i piedi si spostano verso l'alto. Il secondo passo appoggerà su una superficie più in alto rispetto al primo e così via così come accade quando si sale una scalinata. Al contrario, in discesa le superfici di appoggio saranno, ad ogni passo, più basse rispetto all'appoggio del piede che ci sostiene.
Questo genera nel soggetto una sorta di apprensione dovuta al fatto che il suolo è, anche se di pochi centimetri in funzione della pendenza del pendio, distante da noi. Il soggetto che si trova in questa situazione, applica una strategia per scendere che è quanto di meno economico e disorganizzato possa esistere in ambito deambulatorio: l'appoggio precede la verticale del baricentro. Facciamo un passo indietro.
Quando si cammina in piano e ancora di più quando si corre, il nostro corpo, sbilanciato in avanti perde momentaneamente l'equilibrio. La verticale del baricentro corporeo cade, per un istante, al di fuori della nostra base di appoggio data dal poligono che inscrive i nostri punti di contatto con il suolo che normalmente sono i nostri piedi. L'equilibrio è presto ripristinato con lo spostamento di un arto nella direzione di avanzamento del baricentro così da creare una nuova base d'appoggio sotto alla verticale di questo. Secondo questa spiegazione il baricentro anticipa la base d'appoggio. Nella deambulazione in discesa, quello che accade è esattamente il contrario: il soggetto allunga il passo in avanti mantenendo fermo il suo tronco e quindi il suo baricentro. Ecco perchè dicevo che l'appoggio precede la verticale del baricentro. Il passo diventa goffo e antieconomico. Inoltre sarà fisicamente inefficace perchè la forza peso tenderà a scaricarsi verticalmente ma, trattandosi di un piano inclinato, si genererà un angolo tra la forza peso esercitata e la base di appoggio. Questo puo' provocare uno scivolamento anteriore tanto più possibile quanto meno sarà coerente il tipo di materiale del percorso.
Per ottimizzare il passo in discesa quindi, è necessario far avanzare il baricentro prima della base di appoggio. In questo modo la forza peso avrà una direzione che sarà più perpendicolare al pendio riducendo la possibilità di scivolamento. Inoltre la discesa sarà più economica poichè farà un uso migliore dell'energia potenziale tipica di una passeggiata in discesa.
Su terreni molto incoerenti come in presenza di pietre grossolane, la tecnica appena descritta può risultare però pericolosa in quanto tende ad accelerare la velocità generale di avanzamento anche se in realtà questo accade solo su pendenze molto accentuate e se non si padroneggia adeguatamente la tecnica. Un altro metodo, in questo caso, è quello di avanzare con base di appoggio e baricentro simultaneamente. Questo è possibile attraverso il piegamento dell'arto di sostegno mentre il piede che avanza cerca un nuovo appoggio vicino a noi così da non lasciare il baricentro indietro. La contrazione eccentrica dei muscoli antigravitari ci porterà più vicini al nuovo contatto. Ciò che pero' non deve essere fatto è di piegare l'arto di sostegno portando poi eccessivamente avanti l'arto che va a cercare il nuovo contatto. In questo modo si compirebbe lo stesso errore evidenziato in precedenza: l'appoggio precederebbe il baricentro.
La porssima volta che andrete in montagna a funghi o a raccogliere le castagne, provate e poi... fatemi sapere.
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lunedì 26 ottobre 2009
Esercizi cattivi ed esercizi buoni
E' comune sentir parlare di esercizi magnifici e miracolosi ma ancora più comune è sentir parlare di esercizi "cattivi".
La fisiologia articolare e la biomeccanica ci guidano nella ricerca dell'esercizio migliore per quel soggetto, in quel momento, in quello spazio. Secondo questo principio, non esistono esercizi buoni ed esercizi cattivi. Semmai esistono insegnanti (o se preferite istruttori) buoni e insegnanti cattivi (Pivetta).
Se preferite: tutto è medicina e niente è medicina, è il dosaggio che conta.
La fisiologia articolare e la biomeccanica ci guidano nella ricerca dell'esercizio migliore per quel soggetto, in quel momento, in quello spazio. Secondo questo principio, non esistono esercizi buoni ed esercizi cattivi. Semmai esistono insegnanti (o se preferite istruttori) buoni e insegnanti cattivi (Pivetta).
Del resto già Paracelso ai primi del 1500 diceva:
"Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit".
"Tutto è veleno, nulla esiste che non sia veleno. Solo la dose fa, dato che il veleno non fa [nulla].Se preferite: tutto è medicina e niente è medicina, è il dosaggio che conta.
Atlante anatomico online
Anche se nono si può dire che si tratti proprio di un'elucubrazione, vi segnalo una cosetta molto interessante.
Per chi ha una connessione internet veloce, è disponibile online un atlante di Anatomia Umana con modelli 3D molto ben fatto e completamente gratuito... per i primi 7 giorni. Eh già, dopo tale periodo dovrete pagarlo però ne vale veramente la pena.
Lo trovate a questo indirizzo:
http://www.visiblebody.com/start
Per chi ha una connessione internet veloce, è disponibile online un atlante di Anatomia Umana con modelli 3D molto ben fatto e completamente gratuito... per i primi 7 giorni. Eh già, dopo tale periodo dovrete pagarlo però ne vale veramente la pena.
Lo trovate a questo indirizzo:
http://www.visiblebody.com/start
Presentazione
C'era bisogno di un blog sulle Scienze Motorie? Naturalmente no!!!
E' sufficiente una breve consultazione attraverso un qualsiasi motore di ricerca per rendersi conto che il web è già costellato di siti sul fitness, personal trainer, forum, associazioni di categoria e l'elenco non finisce certo qui.
Allora cosa vuole rappresentare questo blog? L'ennesimo tentativo di mettere in rete informazioni utili (???) agli interessati o l'espressione di un ego troppo esibizionista per restarsene nascosto dietro le tende della propria insicurezza? Mi auguro che la risposta non sia in nessuna delle due possibilità.
Nel primo caso non avrei niente di nuovo da dire in un panorama già più che affollato, nel secondo la soddisfazione di autoreferenziarsi mal si coniuga con l'utilizzo del termine "elucubrazione" che per definizione è una riflessione lunga e meditata che ruota attorno ad un'opera dell'ingegno. Questo è ciò che si può trovare sul dizionario Hoepli ma anche su altri vocabolari.
Raccogliere i risultati delle proprie elucubrazioni mi sembrava il modo migliore per evitare che le idee ed i pensieri si schiantassero nel vuoto, con la memoria come unica rete di sicurezza. Troppo labile nel mio caso e troppo sola per potersi avvantaggiare di un confronto con altri colleghi o semplicementi con altri "elucubratori".
Non aspettatevi però aggiornamenti troppo frequenti... l'elucubrazione arriva quando arriva.
E' sufficiente una breve consultazione attraverso un qualsiasi motore di ricerca per rendersi conto che il web è già costellato di siti sul fitness, personal trainer, forum, associazioni di categoria e l'elenco non finisce certo qui.
Allora cosa vuole rappresentare questo blog? L'ennesimo tentativo di mettere in rete informazioni utili (???) agli interessati o l'espressione di un ego troppo esibizionista per restarsene nascosto dietro le tende della propria insicurezza? Mi auguro che la risposta non sia in nessuna delle due possibilità.
Nel primo caso non avrei niente di nuovo da dire in un panorama già più che affollato, nel secondo la soddisfazione di autoreferenziarsi mal si coniuga con l'utilizzo del termine "elucubrazione" che per definizione è una riflessione lunga e meditata che ruota attorno ad un'opera dell'ingegno. Questo è ciò che si può trovare sul dizionario Hoepli ma anche su altri vocabolari.
Raccogliere i risultati delle proprie elucubrazioni mi sembrava il modo migliore per evitare che le idee ed i pensieri si schiantassero nel vuoto, con la memoria come unica rete di sicurezza. Troppo labile nel mio caso e troppo sola per potersi avvantaggiare di un confronto con altri colleghi o semplicementi con altri "elucubratori".
Non aspettatevi però aggiornamenti troppo frequenti... l'elucubrazione arriva quando arriva.
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