Quando si pensa alle flessioni, nell'immaginario collettivo l'esercizio che viene alla mente è quello che qualcuno tecnicamente definisce con il termine di "push up" (flessioni sulle braccia). Qualche istruttore zelante però, si affretta subito a precisare che in realtà l'esercizio in questione si dovrebbe definire "piegamenti sulle braccia" e non flessioni; ma perché? Ecco allora le motivazioni più assurde e disparate. Qualcuno dirà che si tratta di piegamento perché il movimento avviene in appoggio, altri diranno che se fosse una flessione il baricentro corporeo dovrebbe rimanere fermo ma ammesso che queste definizioni siano corrette, quale significato spiegano? Una definizione prende senso e ragione di essere nel momento in cui vi è una necessità metodologica e nelle definizioni fin qui descritte pare non ve ne sia. Inoltre queste definizioni non sono esaustive poiché danno luogo a contraddizioni evidenti.
Se fosse vera la teoria del baricentro, le trazioni alla sbarra dovrebbero essere dei piegamenti visto che il baricentro si muove ma mi pare evidente che si tratta invece di flessioni: i muscoli utilizzati sono infatti i flessori. Se fosse vera la teoria dell'appoggio, un braccio disteso sopra alla testa con il gomito che si piega portando la mano verso il capo (come si fa nell'esercizio per gli estensori dell'avambraccio), dovrebbe essere definito flessione mentre invece si tratta di un piegamento. Quale criterio quindi utilizzare? Dicevo che il concetto deve avere una giustificazione metodologica. Questa giustificazione è legata al tipo di contrazione muscolare utilizzata e se i gruppi muscolari agonisti sono flessori o estensori.
Vediamo quindi di definire in modo razionale una linea guida.
Se i muscoli usati sono flessori, mi pare evidente che saremo davanti ad una flessione a patto che questi siano interessati in contrazione concentrica. Se invece a contrarsi in contrazione concentrica saranno i muscoli estensori, saremo davanti ad una estensione. Fino a qui mi pare tutto abbastanza semplice: flessione per i flessori, estensione per gli estensori.
Veniamo ora al piegamento: questo prevede l'utilizzo della muscolatura estensoria ma in contrazione eccentrica. Quando invece sono i muscoli flessori a lavorare in contrazione eccentrica, saremo di fronte a quella che viene definita distensione.
Capiamo bene che in questo modo con un solo termine, flessione, piegamento, estensione o distensione, definiamo il gruppo muscolare e la modalità di contrazione.
Come sostengo sempre, il linguaggio definisce il professionista quindi, mai più flessione e piegamento al posto sbagliato.
mercoledì 3 marzo 2010
giovedì 28 gennaio 2010
La sindrome femoro-rotulea
La sindrome femoro-rotulea è caratterizzata da una algia in sede retrorotulea più spesso localizzata sul versante laterale della troclea femorale.
Dal punto di vista motorio, viene generalmente trattata attraverso una terapia fisica basata sul potenziamento della muscolatura della loggia anteriore della coscia (tradizionalmente iniziando con esercizi in catena cinetica chiusa e successivamente aperta) e in particolare tentando di coinvolgere le fibre muscolari del vasto mediale, con il tentativo di generare una componente sbandante diretta in senso mediale in grado di contrastare l’azione lussante che viene ad applicarsi sulla rotula durante la contrazione del muscolo quadricipite. L'angolo di valgismo fisiologico presente a livello del ginocchio infatti, fa si che la contrazione del quadricipite generi una componente laterale. Questa, se non contenuta da un versante laterale della troclea femorale sufficientemente prominente, può addirittura arrivare a dislocare la rotula al di fuori della sua sede.
L'elucubrazione di questo articolo, prende come presupposto l’ipotesi che lo sbandamento della rotula (quando non caratterizzato da un importante insufficiente contenimento anatomico del versante laterale della troclea -displasia-) non dipenda da una carenza dell’attivazione del vasto mediale ma, paradossalmente, da un’insufficiente componente di coattazione diretta posteriormente.
Questa minor componente potrebbe derivare da un micro slittamento anteriore della tibia durante il meccanismo di flessione o piegamento dovuto dall’insufficienza dei muscoli flessori della coscia. La riduzione di questa componente posteriore potrebbe essere all’origine dall’aumentata tendenza della rotula di andarsi ad appoggiare più lateralmente generando un conflitto articolare femoro-rotuleo in sede laterale.
E' innegabile rilevare che questo ragionamento va esattamente in senso opposto a quanto tradizionalmente inteso: la sidrome femoro-rotulea viene vista non come un eccesso di compressione ma come una carenza di compressione. Più precisamente direi una carenza di compressione organizzata perchè è evidente che una compressione non organizzata porta inevitabilmente ad una degradazione dei tessuti.
Se immaginiamo le facce posteriori della rotula con una geometria complementare alla troclea femorale, possiamo meglio comprendere che, nel momento in cui la forza di compressione viene a ridursi, la rotula perde la sua stabilità, la sua intimità con il femore permettendosi di "galleggiare" e quindi di sbandare dove la componente del quadricipite decide di portarla.
Aumentare questa componente attraverso il quadricipite, anche quando fosse possibile un isolato rinforzo dell'azione del vasto mediale, porterebbe inevitabilmente ad un contemporaneo aumento della componente sbandante laterale.
Da qui l'idea di lavorare sull'azione dei muscoli posteriori della coscia andando a contenere un possibile incontrollato movimento di scivolamento anteriore della tibia, movimento che sappiamo essere di grande entità durante i movimenti di estensione del ginocchio.
martedì 1 dicembre 2009
La guida articolare
La geometria articolare, in altre parole la morfologia delle superfici articolari, da origine alla possibilità di un’articolazione di esprimere il movimento in un modo piuttosto che in un altro. L’articolazione omero-ulnare ad esempio, è definita geometricamente in maniera tale da poter consentire esclusivamente* movimenti di flesso-estensione attorno ad un asse trasversale e su di un piano sagittale, la tibio-tarsica, allo stesso modo, consente all’astragalo di sviluppare solo movimenti di flesso-estensione e nessun movimento di abduzione-adduzione o di rotazione assiale.
Questo accade però solo nelle articolazioni con una geometria molto precisa, in cui i due capi articolari sono l’uno il complementare dell’altro.
Nella maggior parte delle articolazioni invece, le incongruenze articolari tra i due capi, sono la norma. Basta pensare alla scapolo-omerale (una superficie sferica a contatto di una quasi piana), alla femoro-tibiale (dove il condilo esterno convesso è a contatto con una superficie tibiale anch’essa convessa), alle metacarpo-falangee, alla radio-carpica e così via.
In questi casi, la sola guida articolare offerta della geometria ossea, non è sufficiente ad un’esecuzione precisa dei movimenti. E’ corretto allora definire che esiste un secondo meccanismo atto a far sì che il movimento si esprima in un modo piuttosto che in un altro. Questo secondo meccanismo, altro non è che la guida muscolare.
Non è possibile immaginare infatti che la muscolatura sia organizzata solo ed esclusivamente per realizzare la parte concentrica dei movimenti. Durante la messa in movimento di un’articolazione, sappiamo che i muscoli agonisti (responsabili del movimento) si contraggono in contrazione concentrica mentre quelli antagonisti, si lasceranno distendere. Questa definizione non è del tutto corretta.
Innanzitutto, per precisione, dobbiamo affermare che non sempre i muscoli agonisti sono quelli che si contraggono concentricamente. Per esempio, durante un piegamento, sappiamo che i muscoli agonisti saranno gli estensori con la loro contrazione eccentrica mentre gli antagonisti saranno i flessori che in quel momento si lasciano allungare.
In secondo luogo, non è corretto affermare che la muscolatura antagonista, durante un movimento, si lascia allungare passivamente. Più spesso infatti, assistiamo ad una contrazione eccentrica di questi gruppi muscolari capace di guidare l’articolazione durante il suo movimento.
Se pensiamo alle redini di un cavallo, un conto è mettere in tensione una delle due lasciando l’altra in bando e un conto sarà mettere in tensione una delle due lasciano l’altra poco per volta, generando una guida della testa del cavallo più precisa ed organizzata.
Questo è quello che accade nell’organizzazione del movimento umano a tutti i livelli. Quando questo non accade, l’articolazione andrà inevitabilmente incontro ad una sofferenza da sovraccarico funzionale che altro non è un sovraccarico definito dalla cattiva organizzazione degli elementi che generano e controllano il movimento.
Sappiamo per esempio che il ginocchio, durante i suoi movimenti di flesso-estensione, lascia scivolare i condili del femore all’indietro durante la flessione e in avanti durante l’estensione.
Questo meccanismo trascina con se i menischi che seguono intimamente i movimenti dei condili, guidati dai legamenti e dalle azioni muscolari. Ecco perché uno squilibrio tonico tra flessori ed estensori, può generare un sovraccarico funzionale a livello dei menischi o dell’articolazione femoro-rotulea. Ecco perché nel caso per esempio di una rottura legamentosa, non è sufficiente pensare a potenziare i muscoli periferici solo per generare un rinforzo muscolare statico. Ciò che più è importante è riuscire a sensibilizzare i muscoli nella loro azione di guida del movimento. Questo spesso si ottiene allenando la forza, ma soprattutto generando un meccanismo di sensibilizzazione propriocettiva di questi muscoli. Nel caso specifico del ginocchio, per esempio, una rottura del legamento crociato anteriore avrà come risultato quello di non poter più limitare lo scivolamento (cassetto) anteriore dei condili sul piatto tibiale. Rinforzare il quadricipite, avrà lo scopo di creare un rinforzo attivo anteriore, ma sarà la stimolazione dei muscoli flessori a far si che durante l’estensione, questi con la loro guida eccentrica impediscano ai condili di scivolare in avanti in maniera eccessiva.
Non dobbiamo però pensare che quanto detto sia valido ed applicabile solo quando viene a perdersi l’anatomia come nel caso di una rottura legamentosa. L’esempio riportato consente solo di rendere più evidente ciò che, quando l’anatomia è conservata e non vi sono algie particolari, risulta più difficile da osservare.
Sempre le articolazioni sono in balia delle azioni muscolari e se vogliamo far sì che queste articolazioni si mantengano a lungo efficienti, sarà necessario educare la muscolatura a guidare i segmenti scheletrici durante i movimenti. Sotto questa luce risulta evidente l’importanza dell’azione del gioco tra la muscolatura agonista ed antagonista che, se vogliamo, sotto questo aspetto mostra caratteri di sinergia.
*In realtà sono presenti micro movimenti di adduzione e abduzione specialmente durante la prono-supinazione.
Questo accade però solo nelle articolazioni con una geometria molto precisa, in cui i due capi articolari sono l’uno il complementare dell’altro.
Nella maggior parte delle articolazioni invece, le incongruenze articolari tra i due capi, sono la norma. Basta pensare alla scapolo-omerale (una superficie sferica a contatto di una quasi piana), alla femoro-tibiale (dove il condilo esterno convesso è a contatto con una superficie tibiale anch’essa convessa), alle metacarpo-falangee, alla radio-carpica e così via.
In questi casi, la sola guida articolare offerta della geometria ossea, non è sufficiente ad un’esecuzione precisa dei movimenti. E’ corretto allora definire che esiste un secondo meccanismo atto a far sì che il movimento si esprima in un modo piuttosto che in un altro. Questo secondo meccanismo, altro non è che la guida muscolare.
Non è possibile immaginare infatti che la muscolatura sia organizzata solo ed esclusivamente per realizzare la parte concentrica dei movimenti. Durante la messa in movimento di un’articolazione, sappiamo che i muscoli agonisti (responsabili del movimento) si contraggono in contrazione concentrica mentre quelli antagonisti, si lasceranno distendere. Questa definizione non è del tutto corretta.
Innanzitutto, per precisione, dobbiamo affermare che non sempre i muscoli agonisti sono quelli che si contraggono concentricamente. Per esempio, durante un piegamento, sappiamo che i muscoli agonisti saranno gli estensori con la loro contrazione eccentrica mentre gli antagonisti saranno i flessori che in quel momento si lasciano allungare.
In secondo luogo, non è corretto affermare che la muscolatura antagonista, durante un movimento, si lascia allungare passivamente. Più spesso infatti, assistiamo ad una contrazione eccentrica di questi gruppi muscolari capace di guidare l’articolazione durante il suo movimento.
Se pensiamo alle redini di un cavallo, un conto è mettere in tensione una delle due lasciando l’altra in bando e un conto sarà mettere in tensione una delle due lasciano l’altra poco per volta, generando una guida della testa del cavallo più precisa ed organizzata.
Questo è quello che accade nell’organizzazione del movimento umano a tutti i livelli. Quando questo non accade, l’articolazione andrà inevitabilmente incontro ad una sofferenza da sovraccarico funzionale che altro non è un sovraccarico definito dalla cattiva organizzazione degli elementi che generano e controllano il movimento.
Sappiamo per esempio che il ginocchio, durante i suoi movimenti di flesso-estensione, lascia scivolare i condili del femore all’indietro durante la flessione e in avanti durante l’estensione.
Questo meccanismo trascina con se i menischi che seguono intimamente i movimenti dei condili, guidati dai legamenti e dalle azioni muscolari. Ecco perché uno squilibrio tonico tra flessori ed estensori, può generare un sovraccarico funzionale a livello dei menischi o dell’articolazione femoro-rotulea. Ecco perché nel caso per esempio di una rottura legamentosa, non è sufficiente pensare a potenziare i muscoli periferici solo per generare un rinforzo muscolare statico. Ciò che più è importante è riuscire a sensibilizzare i muscoli nella loro azione di guida del movimento. Questo spesso si ottiene allenando la forza, ma soprattutto generando un meccanismo di sensibilizzazione propriocettiva di questi muscoli. Nel caso specifico del ginocchio, per esempio, una rottura del legamento crociato anteriore avrà come risultato quello di non poter più limitare lo scivolamento (cassetto) anteriore dei condili sul piatto tibiale. Rinforzare il quadricipite, avrà lo scopo di creare un rinforzo attivo anteriore, ma sarà la stimolazione dei muscoli flessori a far si che durante l’estensione, questi con la loro guida eccentrica impediscano ai condili di scivolare in avanti in maniera eccessiva.
Non dobbiamo però pensare che quanto detto sia valido ed applicabile solo quando viene a perdersi l’anatomia come nel caso di una rottura legamentosa. L’esempio riportato consente solo di rendere più evidente ciò che, quando l’anatomia è conservata e non vi sono algie particolari, risulta più difficile da osservare.
Sempre le articolazioni sono in balia delle azioni muscolari e se vogliamo far sì che queste articolazioni si mantengano a lungo efficienti, sarà necessario educare la muscolatura a guidare i segmenti scheletrici durante i movimenti. Sotto questa luce risulta evidente l’importanza dell’azione del gioco tra la muscolatura agonista ed antagonista che, se vogliamo, sotto questo aspetto mostra caratteri di sinergia.
*In realtà sono presenti micro movimenti di adduzione e abduzione specialmente durante la prono-supinazione.
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